Una partita da raccontare ai nipoti, possibilmente con la tachicardia già smaltita. Maniago si prende i primi due quarti con la sicurezza di chi sa dove vuole andare e come arrivarci. Pessa e Capellari fanno male: chirurgici da sotto, spavaldi e precisi dalla lunga distanza. Casarsa invece inciampa, sbaglia passaggi, si fa sorprendere dai raddoppi e dal pressing, e sotto canestro trova traffico nell’ora di punta.
Poi però qualcosa cambia. Nel terzo quarto Casarsa alza la testa, sistema la mira e soprattutto l’attenzione. I palloni iniziano a pesare meno, le scelte diventano più lucide, e il parziale è dei padroni di casa. L’ultimo quarto è una partita nella partita, un botta e risposta continuo. A sei secondi dalla fine coach Gon chiama timeout: sguardi intensi, poche parole, idee chiarissime. Si rientra. Matteo Giavi (foto) prende la responsabilità e scocca una tripla che è una dichiarazione d’intenti: 71-71, sirena, overtime.
Nel supplementare si gioca con quello che resta nelle gambe e soprattutto nella testa. Barvin e Gon chiedono l’ultimo sforzo a un gruppo provato ma compatto. A sette secondi dalla fine arriva il fischio dei 24 secondi, poi un momento di tensione con l’ingresso in campo del dirigente di Maniago, prontamente espulso dall’arbitro Marson. Dalla lunetta Matteo è glaciale: +6 Casarsa. Maniago risponde con una tripla di Ragogna che tiene tutto in sospeso fino agli ultimi istanti. Poi la sirena. 81-78. E si può finalmente respirare.
Ma se in campo si è lottato, sugli spalti si è vinto per il calore del supporto. Il pubblico delle grandi occasioni non ha mai fatto mancare il proprio sostegno: canti, tamburi, incitamenti continui. Ogni azione del Casarsa accompagnata da un’onda sonora che spingeva la palla verso il canestro. Un sesto uomo vero, instancabile, presente dall’inizio alla fine.
A fine gara coach Gon, con la lucidità di chi sa guardare oltre il risultato, ricorda che partite così si vincono anche durante la settimana:
Impegnarsi con costanza, essere presenti agli allenamenti — spesso troppo poco frequentati — e lavorare sulla precisione del tiro farebbe la differenza
Perché il talento accende la scintilla, ma è l’impegno quotidiano che tiene accesa la luce.