Ci sono campi da pallacanestro che non sono semplicemente campi da pallacanestro. Sono luoghi in cui il gioco diventa storia, in cui il parquet conserva le tracce di chi lo ha calcato prima di te e dove, almeno per una sera, anche un ragazzo di diciotto o diciannove anni può sentirsi parte di qualcosa di grande. Perché il sogno di chi gioca a basket, prima o poi, è sempre quello: entrare in un palazzetto dove sono passati i propri idoli, guardarsi intorno e immaginare, anche soltanto per un istante, di essere uno di loro.
Martedì sera, per i ragazzi della Under 19 Gold di coach Pozzan (foto), quel sogno ha avuto il nome e l’indirizzo del Carnera di Udine.
E chiunque abbia giocato almeno una volta a pallacanestro sa che cosa significa entrare in un impianto del genere. Si guarda il parquet, si alza la testa verso l’anfiteatro delle poltroncine, si percepisce la grandezza della cornice e, quasi senza accorgersene, si comincia a sentire qualcosa alle gambe. Non è stanchezza, non è paura: è quella strana emozione che ti ricorda che il campo sul quale stai per giocare ha una sua dignità, una sua storia, un suo peso specifico.
Mancavano soltanto i cori degli ultrà, ma a pensarci bene non mancava neppure il pubblico. Il solito gruppo di genitori e appassionati della 19 Gold era lì, puntuale come sempre, a sostenere e accompagnare i ragazzi. Un piccolo esercito di fedelissimi che non ha bisogno di tamburi o coreografie per dimostrare quanto tenga alla squadra. La presenza, in fondo, è già una forma di tifo.
Poi, naturalmente, arriva il momento di guardare gli avversari.
E qui il basket, che è uno sport meraviglioso proprio perché non fa sconti a nessuno, presenta immediatamente il conto. Durante il riscaldamento il divario fisico tra i ragazzi di Casarsa e quelli di Udine appare evidente. Da una parte ci sono i nostri, dall’altra giocatori che sembrano aver ricevuto qualche centimetro supplementare direttamente dalla natura, insieme a qualche chilo distribuito con particolare generosità.
Ma coach Pozzan non è certo uno che si lascia impressionare dalla bilancia o dal metro da falegname. Conosce i suoi ragazzi, ne conosce la caparbietà, sa quanto possano valere quando riescono a giocare insieme. E soprattutto sa che, nella pallacanestro, la differenza fisica è un problema da affrontare, non una sentenza da accettare prima ancora di cominciare.
Il primo quarto, infatti, dimostra che il Casarsa non è arrivato al Carnera per fare da comparsa. I ragazzi tengono il campo, combattono, cercano soluzioni e riescono a mettere in difficoltà una squadra che, almeno sulla carta, sembra avere parecchie frecce in più al proprio arco. La differenza di centimetri non scompare, naturalmente, ma viene affrontata con attenzione, coraggio e voglia di giocare. È un inizio che lascia intravedere possibilità interessanti e che dimostra come, almeno per un tratto, la determinazione possa ridurre distanze che sembravano molto più ampie.
Poi, però, comincia il secondo quarto e arriva la prima cattiva notizia: Scodeller si infortuna alla caviglia.
Non è un dettaglio da poco. In una serata nella quale i centimetri degli avversari rappresentano già un problema, Scodeller è uno dei pochi in grado di reggere il confronto fisico sotto canestro. E Liva, che avrebbe potuto dare una mano importante in questo senso, è costretto a casa. Come se non bastasse, anche Colussi deve accomodarsi in panchina per i dolori alla caviglia rimediati dopo un contrasto in allenamento con la DR1.
Insomma, più che una normale partita di campionato, comincia ad assomigliare a una prova di resistenza. Le rotazioni si accorciano, gli equilibri vanno ridisegnati e Pozzan deve rimettere mano al piano di gioco, adattando schemi e responsabilità a una situazione che cambia praticamente sotto i suoi occhi.
Ma è proprio in queste serate che si capisce qualcosa di una squadra.
Perché quando mancano i giocatori più adatti a certi compiti, non basta guardare la panchina e sperare che il problema si risolva da solo. Qualcuno deve prendersi responsabilità diverse, qualcun altro deve fare un passo avanti, tutti devono imparare a compensare quello che manca. E allora c’è spazio per tutti: per Basso, per Fabris, per Castellarin e anche per Moslih, che trova l’occasione di fare il proprio debutto.
Non è una situazione semplice, ma Casarsa prova comunque a rispondere col basket, senza arrendersi alla superiorità fisica degli avversari.
Sturzu e Pivetta si fanno largo nella difesa udinese, cercando gli spazi con decisione e trovando il momento giusto per andare a canestro. Non è soltanto una questione di forza: servono letture, pazienza e anche un po’ di malizia. Le finte ben eseguite diventano allora uno strumento prezioso, perché se non puoi sempre battere l’avversario sul piano dei centimetri, puoi provare a batterlo su quello dell’intelligenza cestistica. Un movimento al momento giusto, un’esitazione, un cambio di direzione: piccoli dettagli che, in una partita contro avversari fisicamente superiori, possono fare una grande differenza.
Pivetta, dal canto suo, continua a lottare nonostante il dolore al ginocchio. Si prende i contatti, cerca di contrastare gli avversari e non si tira indietro. Una disponibilità al sacrificio che meriterebbe almeno la soddisfazione di vedere riconosciuto correttamente il proprio lavoro. Invece, in almeno un paio di occasioni, arrivano fischi che dalla panchina e dal campo vengono giudicati quantomeno discutibili, mentre alcuni secondi trascorsi in area dagli avversari sembrano sfuggire al conteggio dei tre secondi.
Sono episodi che fanno parte della partita e che, inevitabilmente, alimentano qualche protesta. Ma la pallacanestro ha una regola non scritta che vale più di tutte le altre: non si può controllare il fischietto, si può soltanto continuare a giocare. E Casarsa, pur con tutte le difficoltà della serata, cerca di farlo.
Fabris si distingue per la capacità di leggere le linee di passaggio e strappare palloni importanti, trasformando il recupero difensivo nell’occasione per ripartire in contropiede. È un aspetto fondamentale, perché contro una squadra più strutturata non sempre si può costruire ogni azione contro una difesa schierata. Recuperare palla, correre e provare a colpire prima che gli avversari si sistemino significa togliere loro una parte del vantaggio fisico e costringerli a giocare a un ritmo diverso.
Anche Basso e Castellarin riescono in più di un’occasione a superare il proprio uomo, mostrando che l’uno contro uno non è soltanto una questione di muscoli. Serve coraggio, certo, ma serve soprattutto la convinzione di poter trovare una soluzione anche quando davanti si ha un avversario più alto o più pesante.
E poi c’è Moslih.
Il debutto è uno di quei momenti che restano nella memoria, indipendentemente dal risultato finale. Si entra in campo, si cerca di capire il ritmo della partita, si prova a non farsi travolgere dall’emozione. Poi arriva un’azione costruita dai compagni, il pallone circola, si apre lo spazio e finalmente si presenta l’occasione. Yousef la sfrutta e trova il canestro.
Un solo canestro, se vogliamo guardare il tabellino. Ma chi conosce lo sport sa che certi punti hanno un valore che non si misura con le statistiche. Sono il premio per il lavoro fatto, la soddisfazione di sentirsi parte della squadra, il ricordo che rimane quando, a distanza di anni, si torna a parlare di quella partita giocata al Carnera.
Alla fine il tabellone dice 87-53 per Amici PallacanestroUdine. Quattro punti in più o in meno non cambierebbero il senso della serata: la superiorità degli avversari è emersa e il risultato lo racconta con chiarezza. Non avrebbe senso nasconderlo dietro facili entusiasmi o trasformare una sconfitta in una vittoria morale.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi al punteggio.
Casarsa ha affrontato una squadra fisicamente più attrezzata, ha perso per strada giocatori importanti, ha dovuto cambiare assetto e distribuire diversamente i minuti e le responsabilità. Eppure ha continuato a cercare il canestro, a recuperare palloni, a tentare soluzioni e a mettere in pratica ciò che viene provato durante gli allenamenti. Non tutto è riuscito, naturalmente, e il divario finale ricorda quanto lavoro ci sia ancora da fare. Ma proprio qui sta il valore di una serata del genere: capire dove si è arrivati e, soprattutto, che cosa occorre fare per andare oltre.
Al termine della gara, il messaggio di Pozzan ai suoi ragazzi è chiaro: bisogna continuare a lavorare con impegno, insistere sul gioco di squadra e imparare a contrastare avversari di questo livello attraverso la collaborazione, l’attenzione e la continuità. Non basta affidarsi alle iniziative individuali, per quanto coraggiose possano essere. Contro squadre più fisiche, ogni movimento senza palla, ogni aiuto difensivo e ogni passaggio fatto al momento giusto diventano ancora più importanti.
E poi ci sono gli infortuni, che rendono tutto più complicato e che obbligano il gruppo a stringersi ancora di più. Per qualche partita potranno mancare alcuni ragazzi, ma sarà proprio in queste circostanze che gli altri avranno l’occasione di crescere, prendersi responsabilità e dimostrare di poter dare qualcosa in più.
Il risultato del Carnera, dunque, non cancella le prospettive future. Anzi, può diventare un punto da cui ripartire, a patto che la squadra sappia trasformare la fatica e le difficoltà in lavoro quotidiano.
Perché alla fine il basket è anche questo: una sera entri in un palazzetto importante, senti tremare le gambe, ti trovi davanti avversari che sembrano enormi e scopri che la partita è più difficile di quanto immaginassi. Poi torni in palestra, riprendi il pallone e ricominci.
Il tabellone del Carnera ha scritto 87-53. Ma per i ragazzi di Pozzan la serata può lasciare qualcosa di più importante del risultato: la consapevolezza che, anche quando i centimetri non sono dalla tua parte e la fortuna non ti sorride, hai sempre la possibilità di rispondere con il lavoro, il coraggio e il gioco di squadra.
E se il sogno era quello di calcare un parquet da Serie A, almeno quello, martedì sera, si è realizzato. Adesso viene la parte più difficile: meritarsi ogni volta il diritto di tornarci da protagonisti.

APU: Civiero 3, Raissi 8, Falappi 4, Ndaye 25, Shmatkov 3, Skaljac 5, Viviani 21, Masutti, Perrella 13, Arzenton 5. All.Tonelli
ASD Casarsa: Fabris 2, Castellarin 2, Colussi 4, Basso 8, Moslih 2, Gardin 5, Sturzu 17, Pivetta 13, Scodeller. All.Pozzan
Arbitri: Nazzi e Cisotto Foto: Erolà